Guerra, siccità e morte nel corno d’Africa

Nord Kenya allo stremo,
non piove da due anni.
E la carestia uccide
L’acqua è venduta a peso d’oro.
Le tribù lottano
a colpi di machete

DOMENICO QUIRICO

Le tre ragazze lo raccontano con una gioia piena, inesauribile, come se fossero Sherazade. Adesso stanno accucciate a un passo dalla sponda che è diventata savana secca e riarsa, nella sabbia bollente e nella crepitante calura. Prima, non era così. Erano loro le prime a svegliarsi all’alba e il mondo attorno ancora dormiva: per andare ad attingere l’acqua.
Non era fatica, quella. L’acqua era vicina, si scendeva la dolce scarpata sabbiosa del fiume. La raccoglievano nelle catinelle metalliche e nei Nsecchi di plastica che poi, aiutandosi a vicenda, si mettevano in equilibrio sulla testa. Chiacchierando e ridendo si inerpicavano per tornare al villaggio. Il sole sorgeva ed era già cattivo, scaldava subito i recipienti. E l’acqua, quella benedizione, palpitava e luccicava come fosse argento prezioso.

Ora al mattino possono levarsi tardi, ma è un dolore che si ripete ogni giorno. L’acqua la porta l’autobotte, quella del governo, che passa ogni tanto; oppure bisogna comprarla dai privati e costa cara. Il tintinnio dei catini e lo sciacquio che svegliavano la gente alla vita sono un ricordo. Perché il fiume, che era grande e largo, è a secco. È imprigionato in una luce bianca, cruda, rigida, di diamante. Ci camminano dentro come fosse una autostrada, si siedono a crocchi, quasi volessero aspirare, nei punti in cui la sabbia resta ancora umida, la freschezza antica.

Siamo nel distretto di Kakuma, nel Nord del Kenya, ai confini con Etiopia e Sudan. Qui al posto dei cartelli pubblicitari ci sono le insegne delle organizzazioni umanitarie: Pam, Unicef, Oxfam. E poi i gesuiti e i luterani, e i salesiani arrivati fin qui con la miracolosa utopia di Don Bosco. L’esercito, straordinario, della carità. I colori sono sbiaditi, si capisce che sono qui da tempo e a lungo resteranno. Il 37% degli abitanti soffre di denutrizione.

Africa: l’anno della siccità e della carestia. Che guizza rapida, agguanta regioni intere, che fino a ieri erano considerate fertili e verdi, a mazzi, avanza su un fronte di centinaia di chilometri. La Somalia con i suoi shabaab feroci è solo un capitolo, ormai la carestia è arrivata all’Uganda, strapazza le verdi colline che piacevano alla penna di Hemingway. Siamo venuti a scrutarne le piaghe nel Nord-Est del Kenya, le regioni del Turkana e del Wajir. Nella regione del Turkana il 30% ha bisogno di aiuto alimentare, il 90% tra loro vive con un dollaro al giorno. La carestia elimina ogni senso di complessità, riduce l’Africa, ancora una volta, a un pugno di slogan emotivi; la disperazione, la morte, gli aiuti.

A Kalokutonyang, dove distese ampie suscitano un senso di eccitazione spirituale e di libertà, un gruppo di donne spacca con le pietre un frutto raccolto nella savana. Fino a quando non l’ha ridotto in piccole scaglie da mangiare, per sé e per bimbi. Sono drappeggiate in vesti fiammanti, alte colonne di collane coloratissime trasformano il loro collo in una scintillante scultura. Bisogna stare in guardia, qui la miseria e la fame si nascondono dietro colori e paesaggi che stordiscono e ingannano. Ora che il bestiame è morto non c’è altro da mangiare. Il villaggio dispone di una piccola scuola che segue questi pastori nelle loro peregrinazioni. Sulle pareti, grandi pannelli che servono per insegnare ai bambini le parole (sono prodotti in India) mostrano, alla voce cibo, come esempi delle lettere torte colossali, gelati scintillanti, dolci pantagruelici.

La siccità non è una sciagura nuova, qui, si ripete con frequenza, la gente sapeva conviverci, dominarla alla fine con le strategie dei poveri. Anche il pastore che mi racconta cosa è successo ha ricordi belli che gli fanno scintillare gli occhi. «Prima» tra settembre e dicembre arrivavano puntuali le piogge, fiumi e torrenti si ingrossavano, ogni conca si trasformava in una riserva d’acqua. Si poteva affrontare senza paura la stagione magra, quella da gennaio a marzo. Poi da aprile altre piogge, anche se più deboli qui, più ricche più a Nord. «Prima» era così. L’anno scorso e quest’anno il periodo benedetto è stato cancellato, il bestiame ha sofferto, è arrivato magro e debole al periodo più duro dell’anno; e anche i raccolti sono stati scarsi. Da aprile c’è la più grande siccità da 60 anni e il bestiame ha cominciato a morire, soprattutto le pecore e le capre. Adesso mi guarda cattivo, incupito dal racconto, appoggiandosi al bastone da mandriano diventato quasi inutile, visto che il suo gregge non c’è più: «Ho visto siccità terribili e anche mio padre e mio nonno, ma quest’anno è diverso, l’erba non ha più il tempo di rispuntare, nasce morta».

Risaliamo la frontiera della carestia, dove si muove infaticabile il piccolo esercito dell’assistenza, i presidi dell’Unicef che distribuiscono cibo, assistenza medica, prevenzione, insegnano a raccogliere l’acqua e a usarla. Impediscono, finora, che l’emergenza diventi una catastrofe. Il paesaggio è come aspirato da un incendio gigantesco, tutto ha assunto il colore bruno delle pietre e delle montagne che fanno da sfondo minaccioso, colline spianate dal rullo di secoli infiniti, scabro triste. Perfino le acacie e la loro ombra magra si sono arrese alla sete. Un altro presidio perduto dove si distribuisce cibo e acqua. Ancora donne, carne viva di questa tragedia. Sono loro che camminano per chilometri per una bottiglia d’acqua, per un sacchetto di farina di mais. Sotto una tettoia, dove ronzano mosche infernali, inferocite dalla calura, fanno crocchio fitto attorno a due infermieri in camice bianco.

 

LE FORMICHE

Se in Guinea, su una strada sterrata, un viottolo o un terreno, ti imbatti in una striscia  nera che attraversa il tuo cammino, in un continuo brulicante movimento, fai attenzione. Non pestarle. Hai di fronte, quelle che i locali chiamano: firminga brabu o firminga pretu.

Si tratta di formiche nere che in fila formano strisce lunghe anche centinaia di metri.

In formazione compatta, ogni componente ha un proprio ruolo. All’esterno si posizionano a protezione le guerriere, molto più grosse delle altre (quasi il doppio) con una grande testa fornita di robuste mandibole.

All’interno ci sono le operaie, più piccole,delegate al trasporto delle derrate o uova razziate ad altre formiche. Tutto in un continuo frenetico viavai.

Se sei interessato o curioso, per poter osservare senza problemi è opportuno prendere alcune precauzioni, non toccarle e non stare vicino con i piedi. Ti attaccano subito, ti pinzano affondando le mandibole nella pelle, sono dolorose e difficili da staccare. Se non ti allontani in fretta possono

invaderti tutto il corpo.

Ho visto una bambina che,dopo essersi seduta (al buio durante la proiezione di un film) vicino ad una di queste scie, alzarsi di scatto. Batteva i piedi per terra (sembrava ballare il ballo dei tarantolati) nel tentativo di farne cadere quante più possibile. Dopo essersi liberata degli abiti, passava con forza le mani su tutto il corpo mentre le sue amiche l’aiutavano strappandole le formiche ad una ad una.

Però hanno anche delle utilità.

Nel sottotetto della camera degli insegnanti, si era insediata una famigliola di pipistrelli.

Dall’imbrunire e per tutta la notte entravano ed uscivano dal nido, zampettando e battendo le ali sulle lamiere non lasciavano dormire. La puzza delle deiezioni diventava sempre più forte ed insopportabile.

Gli insegnanti dopo vari vani tentativi di farli sloggiare hanno deciso una notte di chiudere l’accesso. Probabilmente qualche piccolo è rimasto dentro. Per qualche qualche notte ci furono ancora dei rumori, poi più nulla, salvo un crescente odore di carogna proveniente da sopra.

Cominciavamo a chiederci cosa fare,ci hanno pensato le formiche a risolvere il problema.

Attratte probabilmente dal puzzo, le formiche provenienti dal vicino campo formarono una colonna che dopo aver attraversato il patio si arrampicava sul muro e spariva nel sottotetto.

Poi è iniziata la spola di ritorno verso il nido.

A fine giornata pian piano è sparito l’odore. E’ diminuita anche la processione delle formiche man mano che finivano il loro lavoro di pulizia.

In natura tutto si ricicla, non non si butta nulla, non esistono discariche.  Pino

 

 

Il RISO

Quando il riso è maturo, pronto per essere tagliato e portato a casa, allora bisogna fare molta attenzione. I ladri potrebbero rubarlo gli uccelli potrebbero mangiarlo.

Bisogna fare la guardia giorno e notte fino a quando non si è immagazzinato.

Si costruiscono vicino alle risaie delle piattaforme con legni di recupero, possibilmente con una copertura di foglie di palma come riparo dal sole.

Il lavoro di guardiani è dei ragazzi, maschi e femmine, i quali vanno avanti ed indietro a controllare .

Le postazioni non sono vicine ma i giovani comunicano fra di loro con particolari caratteristici vocalizzi.

Armati di una fionda costruita con fibre vegetali intrecciate, due lunghi lacci che partono da una piccola sacca sulla quale si mette la pietra da lanciare. Si fa ruotare velocemente sopra la testa per poi abbandonare improvvisamente uno dei due capi. Mentre la pietra parte verso il bersaglio il capocorda emette uno schiocco molto forte, quasi un colpo di pistola, è questo suono più che la pietra scagliata a mettere in fuga gli uccelli.

A centinaia e multicolori si alzano in fuga per tornare di lì a poco, un po’ più lontano sulla risaia e cibarsi direttamente sulle spighe da tagliare o sui piccoli covoni messi al sole ad asciugare fino alla successiva fiondata e al successivo schiocco della fionda.

Contro i possibili ladri od incursioni di malintenzionati i ragazzi danno l’allarme, ma la vera lotta che conducono è contro le zanzare, piccole, velocissime, silenziose e molto numerose. Per tenerle lontane e scaldarsi durante la notte accendono fuochi, per coprirsi hanno solo panni molto leggeri.

Normalmente il riso si comincia a tagliare nella prima settimana di Dicembre. La temperatura massima di giorno può arrivare a 30/35°, la minima notturna 10/15°. Il problema più grosso è l’umidità, ci si trova immersi in un universo liquido

Kmq di risaie,a Nord il rio Mansoa, a Sud il rio Geba tra le maree che si dondolano in un giornaliero giornaliero flusso e riflusso innescato dall’oceano Atlantico

In Africa il buio cala molto in fretta,alle 19,30, dura fino al mattino alle 6,30. Alle 7 si alza il sole. La notte è lunga e fredda.

Negli ultimi anni sono aumentati i furti di riso.

La cultura balanta ruota attorno alla coltivazione del riso, in questa cultura il furto di riso è tabù, sacrilego, ma annate di carestie e scarsa produzione hanno allentato la coesione sociale facendo saltare alcuni meccanismi di controllo atavici.

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WLADIMIR

Wladimir Mequesna è bravo a scuola! Come tutti i ragazzi di Fanhe è bravo anche a salire sugli alberi. Lo fanno tutti, da sempre.

Per raccogliere la frutta, manghi, avocado, tambacumba (parinari macrophilla), mampatas ( parinari excelsa), ankol (palma leque,borassus aethiopium, il cui frutto contiene una polpa gelatinosa commestibile).

Per tagliare i rami di alcuni alberi e farne mangiare le foglie alle mucche. Nel periodo secco l’erba verde manca per molti mesi.

Wladimir quel giorno era salito su di un baobab (adansonia digitata, in Criolo, Cabaçeira) per raccoglierne i frutti. Qualcosa era andato storto, era caduto.

Raccolto a terra dai suoi vicini, adagiato su una stuoia era stato portato all’infermeria.

Ad una prima sommaria visita dell’infermiere era evidente una frattura scomposta ed esposta del femore.

Non poteva essere curato li. Nessuno era in grado di intervenire.

L’infermiere ci chiamò al cellulare, chiedendo di fare in fretta. Noi eravamo in mezzo alle risaie, al confine del villaggio vicino, N’tchugal. Ci mettemmo quasi un’ora ad arrivare.

Preparammo la macchina per il trasporto del ferito, sul cassone un materassino di gommapiuma, non potevamo metterlo nell’abitacolo, doveva stare allungato.

Lo portarono fuori dall’infermeria, era disteso su un fianco, la gamba ferita avvolta da uno straccio insanguinato. Si lamentava dal dolore ad ogni minimo movimento ma non piangeva. Per tutto il tempo non lo ha mai fatto, ed il viaggio è stato un vero tormento.

La strada piena di buche, per di più, il giorno prima aveva piovuto, c’era ancora molto fango sulla strada e dovevo mantenere un’andatura più veloce per non rischiare di rimanere impantanato.

Da dietro, sentivo il dolore di Wladimir, una cantilena continua, incessante. Anche nei punti in cui la strada era malridotta, non cambiava il tono. L’abitudine alla sofferenza ed alle difficoltà l’avevano già formato e temprato. Imparano da piccoli.

Anche questa volta, mi fu chiesto di non andare all’ospedale, (ormai ho imparato a non sorprendermi o protestare alle loro decisioni). Avevano più fiducia nel curandero delle ossa di un vicino villaggio. Vi avevano fatto ricorso più volte con buoni risultati. Così dicevano!

Riprendemmo un altro sterrato che dopo alcuni Km ci portò in una piccola morança, vicino alla riva del Rio Geba.

Qui i parenti scaricarono il ragazzo (ed anche le masserizie che sarebbero occorse durante tutto il periodo di permanenza per la cura ed il recupero: stuoie,riso,indumenti etc), le avevano preparate prima della partenza.

Lo sistemarono per terra nel patio vicino alla porta della capanna. Questa è l’ultima immagine che ho di lui.

Mi riporto dietro la speranza della sua guarigione, di aver fatto bene a portarlo da curandero invece che all’ospedale, insieme al dispiacere che per lui l’anno scolastico era terminato. Era uno degli alunni che quest’anno avrebbe vinto uno dei premi, per i più meritevoli.

Il curandero non era presente, era nei campi a raccogliere il miglio, seppur chiamato al cellulare non arrivava. Per fare più in fretta, accompagnati da un uomo della famiglia lo andammo a prendere.

Spero di vedere Wladimir in forma il prossimo anno.

Pino

RISAIE

Il 28 novembre 2010, Luca e Pia dopo 15 giorni di lavoro a Fanhe erano tornati a casa. Ero rimasto il solo bianco nel villaggio. Salvatore sarebbe arrivato qualche giorno dopo. Guerrino si è fermato a tenermi compagnia.

Decidemmo di andare a controllare lo stato delle bolanhe ( risaie ) .

Siamo partiti in compagnia di Fog-na. Durante il tragitto, ci spiegava che quest’anno era piovuto molto, c’era molta acqua nelle risaie, si prevedeva un abbondante raccolto.

In alcuni appezzamenti però l’acqua dolce era troppa e copriva le piantine di riso che soffocavano.

Per evitare questo,durante la bassa marea del Rio Mansoa facevano defluire l’acqua dolce in eccesso attraverso le paratie già predisposte.

In altri casi, la forza dell’acqua dei temporali tropicali aveva travolto gli argini che separavano i campi lavorati dal Rio e l’acqua salata con l’alta marea si riversava sulle risaie, bruciando le piantine. Bisognava quindi ricominciare tutto il lavoro di desalinizzazione delle aree allagate per poter poi ripiantare il riso l’anno successivo.

In alcuni tratti gli argini che dividevano una risaia dall’altra erano sommersi dall’acqua dolce, guadarli a piedi era difficile. Ad ogni passo rischiavi di scivolare sulla mota sdrucciolevole e finire dentro l’acqua.

Avevo paura di prendermi ai piedi qualcuno di quei vermetti penetranti che in Africa si trovano nelle acque stagnanti .

Mentre Fog-na con passo deciso ci precedeva,noi arrancavamo barcollanti, più volte abbiamo avuto bisogno del suo aiuto . Non bastava allargare e piegare le dita dei piedi a mo di uncino, in modo da piantarle sul fondo. Eravamo sempre in equilibrio instabile pur aiutandoci con un lungo bastone.

Davanti a me lo spettacolo del verde delle risaie che in leggero declivio si adagiavano verso l’incontro con le mangrovie che le delimitano e separano la terra che si tuffa nel Rio Mansoa.

Dalla parte opposta le risaie si interrompono bruscamente dove comincia la foresta. Un salto verticale di decine di metri verso il cielo, la barriera verde degli alberi, preparato da una piccola radura di sterpaglie.

Bastava cosi poco spazio a separare il risultato miracoloso dello sforzo di molti uomini e di molte generazioni nella continua lotta per la vita, dall’incombente, presenza della natura, sempre pronta a riprendersi quanto gli appartene, per tornare ad essere la foresta dei grandi alberi come palme, palissandri, baobab, che sfidano il tempo puntando all’eternità.

Improvvisa una telefonata dall’infermiere. Si doveva rientrare, c’era stato un incidente.

Pino

AVEVA VENT’ANNI

Aveva vent’anni

Nei primi giorni di Novembre 2010, Humberto venne a parlarmi per chiedermi un favore.

Credevo di conoscerne già la ragione. Da qualche tempo la madre stava molto male. Humberto si era già premunito. Infatti alcuni giorni prima era andato a comprare un grosso maiale e mi aveva chiesto di trasportaglielo fino a casa con la nostra macchina. Il maiale doveva essere sacrificato durante la cerimonia funebre qualora la madre fosse morta.

In fondo la madre era vecchia (diceva Humberto) Aveva pressappoco sessant’anni. La vita media in Guinea Bissau è di quaranta cinque anni. Aveva già vissuto la sua vita, diceva.

Era arrivato il momento? No. La ragione era un’altra.

Mi chiedeva di andare a prendere con la macchina la figlia ammalata in una tabanca vicina, dicendo che nel nostro villaggio, Fanhe, avevamo almeno due apprendisti infermieri ed un poco di medicine. Partii accompagnato da Felipe e Olivera l’infermiere.

Purtroppo,la casa dove abitava la ragazza non era raggiungibile con la macchina.

Sorretta da due uomini la giovane donna apparve all’uscio della capanna, senza forze,sorretta da due uomini, quasi trascinata.

Seguiti da tutte le donne della morança, che fuori facevano capannello, ci siamo incamminati verso la macchina,

Dopo aver abbassato il sedile del passeggero con difficoltà ve la adagiarono. Nel sedile posteriore prese posto una parente per poterle reggere la testa e le spalle e ammortizzare i colpi. Purtroppo la strada era sconnessa e per quanto piano andassi non potevo evitare i sobbalzi.

Una decina di donne presero posto sul cassone posteriore.

Credevo di portarla in ospedale. Invece mi fu chiesto di accompagnarla a Fanhe,anche se non ero d’accordo. Mi fu spiegato che, l’uso balanta vuole che le donne della famiglia tornino a casa del padre in caso di malattia grave od in punto di morte e li poter essere curate o seppellite.

Allora mi tornò in mente un fatto capitatomi l’anno precedente. L’uomo grande della famiglia Wang-na era venuto a chiedermi di recuperare a Jugudul Com e portare nella propria casa la salma della figlia morta quel mattino. Aveva venti anni. Mi rifiutai. Avevo paura di possibili problemi se fossi stato fermato dalla polizia. Dovevo percorrere una strada dove normalmente stazionavano posti di blocco e varie volte ero stato fermato per controllo documenti. Non volevo neanche immaginare quali reazioni potevo scatenare se sorpreso con un cadavere a bordo.

I risultati del mio rifiuto furono innumerevoli discussioni e inimicizie con i parenti. Risposi che in casi come questi,dovevano chiamare una ambulanza! (L’ambulanza più vicina si trova nella missione di Nhoma,a venti Km di distanza. Il trasporto costa 10.000 cfa = 15 €,da pagare in anticipo. Una settimana di lavoro di un insegnante! Se il trasporto arriva fino alla capitale, 50 Km, l’ambulanza rientra appena delle spese. Un litro di gasolio costa un Euro!

Il giorno dopo ho chiesto all’infermiere notizie sulla salute della ragazza trasportata. Sembrava stesse un po meglio,lamentava ancora forti dolori addominali e non riuscivano ad individuarne le cause.

Non avevano chiamato un medico (se hai la fortuna di trovarlo,costa molto), ne portata all’ospedale più vicino,(costa molto), alla fine avevano dato degli antidolorifici sperando in un miglioramento.

Mori’ la notte seguente,e non ne sapremo mai le cause. Fare una autopsia ? Che cosa è, perché ? Ormai è morta !

La seppellirono il giorno dopo,dentro il recinto della moranca dove era nata,accanto ai suoi avi.

Il maiale destinato al funerale della madre (che sarebbe poi morta la settimana seguente) è stato sacrificato per lei.

Quante donne muoiono ogni giorno senza che le cause siano conosciute! (Senza riscontri, indagini, non si può’ costruire nessuna prevenzione). Quante giovani partorienti primipare muoiono nel dare alla luce i bambini!

Non hanno esperienza ne conoscenza di ciò che sta accadendo loro a causa della assenza di strutture e personale specializzato. Quando queste strutture ci sono, resta la difficoltà di poterle raggiungere per mancanza di strade e mezzi di soccorso.

Sintesi della relazione per la riduzione della mortalità materna in Africa (CARMMA) Dicembre 2010

Il rischio di morte per una donna Guineana, è di 1 a 19. Questa situazione è fortemente legata ad un insieme di fattori sociali e culturali,quali ad esempio:

la mancanza di risorse economiche, un elevato livello di analfabetismo femminile ( 76 % ) che non facilita l’accesso alle informazioni, l’accesso agli insufficienti i servizi, (specialmente nelle zone rurali), la loro scarsa qualità, la scarsità di medicine e sopratutto di risorse umane

Tutto ciò è aggravato dalla mancanza di mezzi di trasporto di comunicazione e dal costo del servizi.

La fecondità delle donne in Guinea è 6,8 figli per donna.

La percentuale dei parti assistiti nel 2006 è del 35 %

Dal censimento del 2008 risulta una popolazione stimata in 167.677 abitanti in 529 villaggi.

Così suddivisi: bambini 0-11 mesi 5.769, bambini 1-4 anni 23.076, donne gravide 7.635, donne in età fertile 37.329.

Il 95% pratica l’agricoltura.

Le principali cause di mortalità nei bambini inferiori a 5 anni sono: Malaria,Pneumonia acuta, Diarrea acuta, Denutrizione severa.

PINO

Guinea Bissau

guinea-bissau

La Guinea-Bissau (República da Guiné-Bissau) è uno Stato dell’Africa Occidentale ed è una delle più piccole nazioni dell’Africa continentale. Confina col Senegal a nord, con la Guinea a sud e a est e con l’Oceano Atlantico ad ovest. Al largo della capitale, Bissau, è situato l’arcipelago delle isole Bijagos, centinaia di isole di varie dimensioni, molte delle quali disabitate.

L’attuale territorio della Guinea-Bissau coincideva un tempo con il regno di Gabù, a sua volta parte dell’Impero del Mali; gli ultimi resti di questo regno sopravvissero fino al XVIII secolo. Le coste e le rive dei fiumi furono tra le prime terre ad essere colonizzate dal Portogallo (che le sfruttò per procurarsi schiavi sin dal XVII secolo) le zone più interne rimasero inesplorate sino al XIX secolo

La Guinea-Bissau cominciò la sua lotta per l’indipendenza nel 1956, anno in cui il PAIG (Partido Africano da Independência da Guiné e Cabo Verde) riuscì, in seguito ad una ribellione armata, a consolidare le proprie posizioni nel paese. Diversamente dai movimenti anticoloniali avutisi nelle altre colonie portoghesi, il PAIGC riuscì ad estendere rapidamente il suo controllo militare su ampie zone del paese: ciò
fu possibile grazie alle caratteristiche del territorio, coperto perlopiù dalla giungla, e ai grandi quantitativi di armi forniti dalla Cina, dall’Unione Sovietica e dagli altri paesi africani. Il PAIGC riuscì persino a dotarsi di una forza contraerea. Entro il 1973, pressoché tutta la Guinea-Bissau era nella mani del PAIGC.

L’indipendenza fu dichiarata unilateralmente il 24 settembre del 1973 e riconosciuta nel novembre dello stesso anno dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. [1], Il Portogallo riconobbe l’indipendenza dell’ormai ex colonia in seguito al colpo militare con cui culminò la Rivoluzione dei garofani portoghese

Il colpo di stato portoghese fu anomalo, in quanto i militari ebbero immediatamente l’appoggio della popolazione (nonostante, peraltro, che i comunicati dell’MFA chiedessero ai civili di restare in casa). Il nome di Revolução dos Cravos deriva dal gesto di una fioraia, che in una piazza di Lisbona offrì garofani ai soldati. I fiori furono infilati nelle canne dei fucili, divenendo simbolo della rivoluzione e insieme segnale alle truppe governative perché non opponessero resistenza.

Nel suo comunicato del 19 aprile 1975, l’assemblea dell’MFA difese un sistema pluripartitico per il socialismo, che prevedeva la costruzione di una società socialista, la collettivizzazione dei mezzi di produzione e la fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo mediante la collaborazione di tutti i partiti politici del paese all’interno di un contesto democratico. Veniva ripudiata qualsiasi forma violenta di costruzione del socialismo. Angola, Mozambico, Guinea-Bissau e Capo Verde ottennero l’indipendenza in un breve lasso di tempo, in seguito ad accordi tra i movimenti di liberazione nazionale e il governo portoghese.

La Guinea-Bissau fu poi governata da un consiglio rivoluzionario sino al 1984. Nel 1994 si tennero le prime elezioni multi-partitiche. Nel 1998 una sollevazione dell’esercito portò alla caduta del presidente Vieira: la Guinea Bissau precipitò così nella guerra civile. Nel 2000 Kumba Ialá fu eletto presidente. Nel settembre 2003, tuttavia, un nuovo colpo di stato portò all’arresto, da parte dei militari, di Ialá, definito “incapace di risolvere i problemi
del paese”. Dopo numerosi rinvii, le elezioni legislative furono finalmente tenute nel marzo del 2004. Un ammutinamento dell’esercito nell’ottobre del 2004 portò alla morte del capo delle forze armate stesse, contribuendo così ad accrescere lo stato di agitazione nella nazione.

Nel giugno 2005 si tennero nuove elezioni presidenziali, le prime dopo la caduta di Ialá, il quale si ripresentò come candidato del PRS, sostenendo di essere il legittimo presidente del paese. A vincere fu invece il candidato del PAIGC João Bernardo Vieira, il presidente deposto nel 1998. Vieira superò Malam Bacai Sanha a seguito di un ballottaggio: inizialmente Sanha rifiutò di riconoscere la sconfitta, accusando brogli elettorali in
due circoscrizioni (tra cui la capitale Bissau).

Tuttavia, malgrado una certa influenza delle forze armate durante le settimane precedenti il voto e alcuni “disordini” (fra cui l’attacco al palazzo presidenziale e a quello del Ministero
dell’Interno ad opera di alcuni armati non identificati), gli osservatori europei hanno definito le ultime elezioni in Guinea-Bissau “calme e ben organizzate”.  (da Wikipedia)

Noni

Noni ha 8 anni, è una delle tante bambine che vivono nei villaggi africani. Il villaggio in cui vive Noni è Fanhè. Il nome completo è, Noni Jose da Silva, nome portoghese, ma Noni è africana. La sua è l’Africa nera. Frequenta la prima classe della scuola primaria. E’ ripetente. E’ arrivata a Fanhe due anni fa,  portata come criaçao da Nenè, la prima moglie di Felipe. Responsabile della sua educazione è Sabado, la madre di Felipe.

Il compito principale di Noni è portare acqua. Trasportare sulla testa le bacinelle piene fino a traboccare, dal peso superiore al suo peso corporeo. Questo per molte ore, e molte volte senza aver mangiato, in un andirivieni continuo verso casa o verso l’orto. Le unica sosta è l’attesa del proprio turno per accedere alla bocca del pozzo,  pochi minuti in cui torna bambina tra i bambini. Questo però fa perdere tempo, distrae, porta rimbrotti e a volte qualche vergata.

Le ore a scuola sono di liberazione dalla fatica e di riposo fisico. E’ difficile però fare attenzione ed imparare, quando il pensiero più ricorrente è che alla fine delle lezioni finalmente si mangia una scodella di riso e fagioli. Che sovente è l’unico pasto della giornata.

L’altro giorno guardavo la distribuzione del riso. Sui gradini della scuola, con gli occhi lucidi, lontana dagli altri, Noni non mangiava. Aveva perso o qualcuno gli aveva portato via la sua scodella. Felipe come punizione le aveva ordinato di stare a guardare.
Ho preso uno dei nostri piatti di plastica e glielo ho dato. L’ha preso, ma è rimasta ferma, fino a quando Felipe le ha dato il permesso di andare a prendere il riso, questo dopo uno scontro verbale con me e il rimprovero sui nostri metodi diseducativi. Si è mossa verso la cucina con lentezza  guardandoci,  ora uno ora l’altro, indecisa sul da fare. E’ tornata dopo qualche minuto con la sua razione, offrendone ad entrambi con un sorriso timoroso.
Felipe le ha detto di tornare a casa. Non so quali conseguenze ci siano state da questa mia intromissione.

La sera dopo, mentre noi al buio, ci godevamo il fresco, al pozzo c’erano ancora donne e bambine a prendere acqua, abbiamo visto Noni buscarsi un’altra dose di vergate e piangente correre verso casa. E’ così che la criaçao organizza la vita di tante bambine  nei villaggi africani.

Pino Valsavoia