Lettera del direttivo

Carissimi amici

il direttivo della nostra Associazione ritiene utile inviarvi alcune comunicazioni.

E’ in piena attività l’opera dei volontari impegnati a portare avanti e perfezionare il Progetto Fanhe.

Paolo appena rientrato dal villaggio ci ha documentato il buon andamento dei lavori, le difficoltà esistenti e le iniziative da sviluppare.

Salvatore è  a Fanhe,  raggiunto in questi giorni da Luciana. Mentre Pino, il nostro presidente, ha già il biglietto per il giorno 10 gennaio.

Numerose sono le iniziative di sostegno e raccolta fondi che l’associazione ha messo in atto qui in Italia, dalla pubblicazione di un libro ai vari eventi ai quali molti di voi hanno partecipato come la giornata a Fontane di Thurres, la nostra presenza alla festa dei dipendenti delle Molinette, divenuta un punto di incontro per associazioni che operano in Africa, le molte presenze a fiere e riunioni per la presentazione del libro La terra dei Gamberi e i sentieri dei Balanta, che è in esaurimento.
Vogliamo anche segnalare che lo statuto dell’associazione è stato registrato il 7 luglio del 2011 agli uffici dell’agenzia delle entrate di Ciriè
Secondo gli articoli dello statuto, l’assemblea  ordinaria è obbligatoria entro luglio. Completate le attività annuali dei soci in Guinea, così con il ritorno di tutti, sarà possibile fare il punto della situazione e approvare il bilancio.

Lo statuto è consultabile al sito www.abalalite.it. Così pure sono documentate le attività specifiche che i volontari realizzano in Guinea Bissau.

Approfittiamo per rinnovare, a chi non lo avesse ancora fatto, l’invito a versare la quota di iscrizione all’associazione per il 2012 e invitare altri amici a fare altrettanto. Il modulo di iscrizione può essere scaricato dal sito e le quote possono essere versate mediante bonifico, spesa 1 euro, oppure alla prima occasione dei nostri incontri.
Augurando a tutti un proficuo anno di solidarietà, ringraziamo sentitamente per il vostro sostegno e la vostra amicizia.

 

 

Per il direttivo      Babbini Guerrino segretario

Leini, 4 gennaio 20132

da I sentieri dei Balanta

BOLANHE

La bellezza delle risaie è uno spettacolo senza confini. L’operosità degli uomini e le risorse della natura hanno realizzato un’armonia che riempie di ammirazione. Tesori che tutti dobbiamo proteggere.

Le piantine del riso stanno preparando le spighe. La loro estensione è a perdita d’occhio. Gli argini di terra compattati con rami di mangrovie, offrono un comodo sentiero. So che non potrei mai percorrerli tutti, credo che il totale dei loro chilometri sia superiore al giro del mondo. Si potrebbero paragonare questi argini, per il lavoro richiesto e che richiedono, alla muraglia cinese. Tra le file regolari delle piante del riso, non un filo di erba, non per il lavoro di mondine, ma per l’acqua salata che dai canali e dai rii viene immessa nelle risaie a fine raccolto.

L’acqua salata invade le risaie, distrugge le erbacce e deposita fanghi fertilizzanti. Torna al mare con le basse maree. Le prime piogge della stagione dilavano la salinità eccessiva e le successive riempiono le risaie in modo abbondante, così può avvenire il trapianto. Le piantine cresciute nel vivaio esplodono in una rigogliosità vivace, ben protette dall’acqua salata, che con le maree torna a lambire gli argini due volte al giorno.

In questi anni i nuovi regimi di precipitazione delle piogge esagerano e, qualche volta, l’eccessiva quantità di acqua annega le piantine o addirittura rompe gli argini e trascina tutto a mare. Questo preludia alla fame.

Peggio sarà quando i livelli dei mari cresceranno, come previsto. Il lavoro per rialzare e rinforzare gli argini è già in corso.

Guerra, siccità e morte nel corno d’Africa

Nord Kenya allo stremo,
non piove da due anni.
E la carestia uccide
L’acqua è venduta a peso d’oro.
Le tribù lottano
a colpi di machete

DOMENICO QUIRICO

Le tre ragazze lo raccontano con una gioia piena, inesauribile, come se fossero Sherazade. Adesso stanno accucciate a un passo dalla sponda che è diventata savana secca e riarsa, nella sabbia bollente e nella crepitante calura. Prima, non era così. Erano loro le prime a svegliarsi all’alba e il mondo attorno ancora dormiva: per andare ad attingere l’acqua.
Non era fatica, quella. L’acqua era vicina, si scendeva la dolce scarpata sabbiosa del fiume. La raccoglievano nelle catinelle metalliche e nei Nsecchi di plastica che poi, aiutandosi a vicenda, si mettevano in equilibrio sulla testa. Chiacchierando e ridendo si inerpicavano per tornare al villaggio. Il sole sorgeva ed era già cattivo, scaldava subito i recipienti. E l’acqua, quella benedizione, palpitava e luccicava come fosse argento prezioso.

Ora al mattino possono levarsi tardi, ma è un dolore che si ripete ogni giorno. L’acqua la porta l’autobotte, quella del governo, che passa ogni tanto; oppure bisogna comprarla dai privati e costa cara. Il tintinnio dei catini e lo sciacquio che svegliavano la gente alla vita sono un ricordo. Perché il fiume, che era grande e largo, è a secco. È imprigionato in una luce bianca, cruda, rigida, di diamante. Ci camminano dentro come fosse una autostrada, si siedono a crocchi, quasi volessero aspirare, nei punti in cui la sabbia resta ancora umida, la freschezza antica.

Siamo nel distretto di Kakuma, nel Nord del Kenya, ai confini con Etiopia e Sudan. Qui al posto dei cartelli pubblicitari ci sono le insegne delle organizzazioni umanitarie: Pam, Unicef, Oxfam. E poi i gesuiti e i luterani, e i salesiani arrivati fin qui con la miracolosa utopia di Don Bosco. L’esercito, straordinario, della carità. I colori sono sbiaditi, si capisce che sono qui da tempo e a lungo resteranno. Il 37% degli abitanti soffre di denutrizione.

Africa: l’anno della siccità e della carestia. Che guizza rapida, agguanta regioni intere, che fino a ieri erano considerate fertili e verdi, a mazzi, avanza su un fronte di centinaia di chilometri. La Somalia con i suoi shabaab feroci è solo un capitolo, ormai la carestia è arrivata all’Uganda, strapazza le verdi colline che piacevano alla penna di Hemingway. Siamo venuti a scrutarne le piaghe nel Nord-Est del Kenya, le regioni del Turkana e del Wajir. Nella regione del Turkana il 30% ha bisogno di aiuto alimentare, il 90% tra loro vive con un dollaro al giorno. La carestia elimina ogni senso di complessità, riduce l’Africa, ancora una volta, a un pugno di slogan emotivi; la disperazione, la morte, gli aiuti.

A Kalokutonyang, dove distese ampie suscitano un senso di eccitazione spirituale e di libertà, un gruppo di donne spacca con le pietre un frutto raccolto nella savana. Fino a quando non l’ha ridotto in piccole scaglie da mangiare, per sé e per bimbi. Sono drappeggiate in vesti fiammanti, alte colonne di collane coloratissime trasformano il loro collo in una scintillante scultura. Bisogna stare in guardia, qui la miseria e la fame si nascondono dietro colori e paesaggi che stordiscono e ingannano. Ora che il bestiame è morto non c’è altro da mangiare. Il villaggio dispone di una piccola scuola che segue questi pastori nelle loro peregrinazioni. Sulle pareti, grandi pannelli che servono per insegnare ai bambini le parole (sono prodotti in India) mostrano, alla voce cibo, come esempi delle lettere torte colossali, gelati scintillanti, dolci pantagruelici.

La siccità non è una sciagura nuova, qui, si ripete con frequenza, la gente sapeva conviverci, dominarla alla fine con le strategie dei poveri. Anche il pastore che mi racconta cosa è successo ha ricordi belli che gli fanno scintillare gli occhi. «Prima» tra settembre e dicembre arrivavano puntuali le piogge, fiumi e torrenti si ingrossavano, ogni conca si trasformava in una riserva d’acqua. Si poteva affrontare senza paura la stagione magra, quella da gennaio a marzo. Poi da aprile altre piogge, anche se più deboli qui, più ricche più a Nord. «Prima» era così. L’anno scorso e quest’anno il periodo benedetto è stato cancellato, il bestiame ha sofferto, è arrivato magro e debole al periodo più duro dell’anno; e anche i raccolti sono stati scarsi. Da aprile c’è la più grande siccità da 60 anni e il bestiame ha cominciato a morire, soprattutto le pecore e le capre. Adesso mi guarda cattivo, incupito dal racconto, appoggiandosi al bastone da mandriano diventato quasi inutile, visto che il suo gregge non c’è più: «Ho visto siccità terribili e anche mio padre e mio nonno, ma quest’anno è diverso, l’erba non ha più il tempo di rispuntare, nasce morta».

Risaliamo la frontiera della carestia, dove si muove infaticabile il piccolo esercito dell’assistenza, i presidi dell’Unicef che distribuiscono cibo, assistenza medica, prevenzione, insegnano a raccogliere l’acqua e a usarla. Impediscono, finora, che l’emergenza diventi una catastrofe. Il paesaggio è come aspirato da un incendio gigantesco, tutto ha assunto il colore bruno delle pietre e delle montagne che fanno da sfondo minaccioso, colline spianate dal rullo di secoli infiniti, scabro triste. Perfino le acacie e la loro ombra magra si sono arrese alla sete. Un altro presidio perduto dove si distribuisce cibo e acqua. Ancora donne, carne viva di questa tragedia. Sono loro che camminano per chilometri per una bottiglia d’acqua, per un sacchetto di farina di mais. Sotto una tettoia, dove ronzano mosche infernali, inferocite dalla calura, fanno crocchio fitto attorno a due infermieri in camice bianco.

 

Novità!

Avrete notato che il sito ha cambiato look. Abbiamo approfittato dell’aggiornamento della piattaforma wordpress per passare ad un tema più moderno. Inoltre, da oggi il sito si arricchisce di una nuova pagina: la pagina dei downloads, dove i visitatori potranno scaricare i documenti che verranno via via aggiunti. Come inizio vi proponiamo la versione PDF del libro “La terra dei Gamberi – I sentieri dei Balanta” di Daniele Chiarella, Guerrino Babbini ed Armando Cossa.

Il webmaster

LE FORMICHE

Se in Guinea, su una strada sterrata, un viottolo o un terreno, ti imbatti in una striscia  nera che attraversa il tuo cammino, in un continuo brulicante movimento, fai attenzione. Non pestarle. Hai di fronte, quelle che i locali chiamano: firminga brabu o firminga pretu.

Si tratta di formiche nere che in fila formano strisce lunghe anche centinaia di metri.

In formazione compatta, ogni componente ha un proprio ruolo. All’esterno si posizionano a protezione le guerriere, molto più grosse delle altre (quasi il doppio) con una grande testa fornita di robuste mandibole.

All’interno ci sono le operaie, più piccole,delegate al trasporto delle derrate o uova razziate ad altre formiche. Tutto in un continuo frenetico viavai.

Se sei interessato o curioso, per poter osservare senza problemi è opportuno prendere alcune precauzioni, non toccarle e non stare vicino con i piedi. Ti attaccano subito, ti pinzano affondando le mandibole nella pelle, sono dolorose e difficili da staccare. Se non ti allontani in fretta possono

invaderti tutto il corpo.

Ho visto una bambina che,dopo essersi seduta (al buio durante la proiezione di un film) vicino ad una di queste scie, alzarsi di scatto. Batteva i piedi per terra (sembrava ballare il ballo dei tarantolati) nel tentativo di farne cadere quante più possibile. Dopo essersi liberata degli abiti, passava con forza le mani su tutto il corpo mentre le sue amiche l’aiutavano strappandole le formiche ad una ad una.

Però hanno anche delle utilità.

Nel sottotetto della camera degli insegnanti, si era insediata una famigliola di pipistrelli.

Dall’imbrunire e per tutta la notte entravano ed uscivano dal nido, zampettando e battendo le ali sulle lamiere non lasciavano dormire. La puzza delle deiezioni diventava sempre più forte ed insopportabile.

Gli insegnanti dopo vari vani tentativi di farli sloggiare hanno deciso una notte di chiudere l’accesso. Probabilmente qualche piccolo è rimasto dentro. Per qualche qualche notte ci furono ancora dei rumori, poi più nulla, salvo un crescente odore di carogna proveniente da sopra.

Cominciavamo a chiederci cosa fare,ci hanno pensato le formiche a risolvere il problema.

Attratte probabilmente dal puzzo, le formiche provenienti dal vicino campo formarono una colonna che dopo aver attraversato il patio si arrampicava sul muro e spariva nel sottotetto.

Poi è iniziata la spola di ritorno verso il nido.

A fine giornata pian piano è sparito l’odore. E’ diminuita anche la processione delle formiche man mano che finivano il loro lavoro di pulizia.

In natura tutto si ricicla, non non si butta nulla, non esistono discariche.  Pino

 

 

NOTIZIE DALLE BOLANHE

Paz et bonum

Carissimo Guerrino,

Come state? Noi stiamo bene, Deo gratias.

Ti avevo inviato sms per informarti sull’incontro che ho avuto con gli uomini e donne grandi di tutti i villaggi di Nhacra, Fanhe incluso. Lo scopo è di suscitare lo spirito di collaborazione di tutta la popolazione per il bene di questo comune di Nhacra.

L’anno scorso ho organizzato tre incontri con gli anziani: con 5 uomini e donne grandi di ogni villaggio di Nhoma (8 villaggi), dunque con 40 persone; con gli anziani e giovani (80 partecipanti); con le sole donne grandi (40 partecipanti). Ma era soltanto con la popolazione di Nhoma.Questa volta, su domanda di tutti, abbiamo organizzato per tutti i villaggi del comune di Nhacra. E’ il primo incontro di questo carattere. I partecipanti sono rimasti molto, molto contenti e auspicano che tale incontro sia organizzato periodicamente.

Con i Bilante-bin-dã e binin-bin-dã, ci comprendiamo. Gli incontri che abbiamo fatto l’anno scorso, hanno dato un buon risultato par la popolazione. Con questo, speriamo, con l’aiuto del Signore, di ottenere un ottimo risultato.

L’altra informazione che tu aspetti con ansia riguarda la diga di Quidé. A Quidé tutto sta andando bene, solo che, non potranno finire come previsto. Sono andato vedere il lavoro fatto. Si ti ricordi, c’è un argine dalla parte di Quidé, il primo che hai visto. Tutta questo argine è stato riabilitato, circa 800 metri. Con i lavori sono arrivati nel punto dove vogliamo mettere i tubi. E’ stato un lavoro colossale. Sono molto contento. Quanto ai tubi, non li ho trovati, ma secondo le opinioni di tanti, i tubi che sono stati messi nelle altre bolagne, si rovinano con l’acqua salata. Allora, sono di opinione di fare un passaggio come quello di Quindefa. Con il ponte di passaggio che rende la manutenzione più facile alla popolazione, altrimenti quando i tubi sono rovinati, si perde tutto. Io sono anche di questo opinione. In questo momento, nel villaggio di Iuncum, sto a riabilitare un antico punto di passaggio di acqua di bolagna . È più facile da riabilitare e fare la manutenzione-

Per il soldi, non arriviamo. Secondo la stima, è necessario, minimo, 5.000 euro per fare un buon lavoro. Ma, loro sono contenti. animati e vi ringraziano tanto.

Che Dio vi benedica.
Padre Armando Cossa

UN PICCOLO LIBRO DALLA GRANDE AFRICA

da La Nuova Voce del 17 maggio 2011

LEINI Un libro per testimoniare  anni di volontariato in Africa. Lo ha scritto il leinicese Guerrino Babbini, assieme ai compagni Daniele Chiarella e Armando Cossa. Si intitola “La terra dei gamberi e i sentieri dei Balanta” ed è edito da Parole e Musica. Il testo è diviso in tre parti: le prime due sono diari dei recenti viaggi di Chiarella in Camerun e Babbini in Guinea Bissau, la terza è un approfondimento di Armando Cossa,  sulla società di quell’area africana.

La sezione opera di Babbini si intitola “Risaie Balanta”, e racconta del soggiorno del leinincese a Bissau, Fahne e altre cittadine e villaggi africani. <L’obiettivo della missione era impostare un progetto di collaborazione per la realizzazione di alcuni orti – racconta Babbini – Assieme ad altri membri dell’associazione mi sono recato laggiù, abbiamo collaborato con i nativi per scavare alcuni pozzi, in modo da “esportare” il concetto di orto, che da quelle parti non è molto praticato>. Sono ormai alcuni anni che l’associazione Abala lite (“Come stai” in lingua Balanta) si occupa di progetti per il rilancio dell’agricoltura e della società africana. <I Balanta hanno un’organizzazione sociale straordinaria, orizzontale, senza gerarchie. Non hanno il concetto di proprietà privata – spiega Babbini – Sono bella gente, intelligente, e sono anche molto puliti. Lo dico perché solitamente non lo si pensa. Nei villaggi si vive come 1000 anni fa, hanno le ruote ma non le usano molto>.

Contrariamente a quanto si può pensare, la Guinea Bissau non è un posto arido, anzi. <Il mare penetra su gran parte del territorio, costituendo ampie zone paludose. Sono stati costruiti lunghissimi argini. Hanno tantissime risaie, infatti io e i miei colleghi siamo andati laggiù proprio per “ristrutturarle”>. Sbaglia chi pensa che laggiù regni la miseria: <Se il raccolto di riso va bene hanno da mangiare, e a meno che non si prendano la malaria o qualcosa di peggio, laggiù sono felici e non ci pensano nemmeno a salire sui barconi e venire in Europa – commenta Babbini – Per questo sarebbe giusto investire su progetti di crescita locali>.

Cosa fa l’associazione Abala lite. Una ventina di soci, una dozzina di volontari attivi, da anni ormai sono impegnati nei vari progetti: <Abbiamo costruito una scuola, scavato molti pozzi per l’accesso all’acqua. Siamo laggiù almeno 6-7 mesi all’anno – spiega Babbini – Io personalmente ci vado una volta l’anno e ci sto un mese. In generale siamo abbastanza lontani dai problemi religiosi, ma collaboriamo con i missionari che lavorano là, sono gente molto seria>.

Il prossimo viaggio? <L’anno prossimo, ma prima di me altri andranno laggiù. Anche perché basta andarci una volta per prendersi il “Mal d’Africa” e voler subito tornare>.

Lorenzo Bernardi